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Il Respiro di una villa.

Attraversai quel cancello, lasciandomi alle spalle un secolo e mezzo di progressi e di innovazioni. Davanti ai miei occhi il passato; un tempo remoto che, incurante del trascorrere degli anni e delle epoche, viveva di luce propria come un desiderio immortale che si autoalimenti.

Una villa dell’800, ambizione di conti e contesse dell’epoca, a trasudare di storia, raccontata o sussurrata soltanto, fra i cicalecci di una nobiltà reale, solo offuscata, rarefatta, appena sfocata dalla frenesia moderna che abbrevia frasi ed accorcia i rapporti per “guadagnare” un tempo che, spesso, meriterebbe di essere perduto.

E poi un parco, immenso, secolare; estensione incantata di un corpo centrale che ha assistito alla crescita di abeti, di pini, di sogni, di desideri…su, più su, fin dove arriva il cielo.

Attraversai quel cancello con un fine da raggiungere che, nel frattempo, si era tramutato in mezzo per scavare nella profondità delle sensazioni dimenticate. Un viaggio di andata e ritorno nelle emozioni più coinvolgenti, scavando a piene mani in un mondo che pareva essersi fermato. Non da un giorno, non da un anno, ma da una vita intera.

Mi chiesero di rendere “musicale” quella villa. Dentro di me, avrei solo voluto “accordarne” il respiro, perché suonasse all’unisono con l’impianto ad alta fedeltà che avrei installato nei giorni seguenti.

Spesso, prima di procedere con la progettazione di un impianto, soprattutto nel caso di un due canali, decido di fermarmi per qualche tempo ad “ascoltare” io stesso ciò che un determinato ambiente è capace di trasmettere. Ogni stanza da sonorizzare, infatti, ha qualcosa da trasmettere; rumori provenienti dall’esterno, un’acustica particolare, un ronzio caratterizzante di un condizionatore. Quando sono certo di aver scoperto la peculiarità del luogo, quando ne sono entrato in confidenza, solo allora inizia la seconda parte del mio compito, spesso ben più semplice della prima. Abbinare i giusti prodotti atti a raggiungere il risultato sperato.

Ascoltai il vano della villa prescelto con un silenzio traboccante di rispetto; confuso mi immersi in un mondo che conoscevo solo grazie alle letture dei grandi scrittori del passato. Rapito da quadri maestosi, drappeggi preziosi, mobili antichi, attesi che i miei occhi si colmassero di tanto fascino e traboccassero quell’emozione chiedendo la complicità di un altro senso, quello dell’udito, affinché l’aiutasse a decifrare quel mondo perduto che, invece, più presente che mai, si faceva beffe di una generazione che si muove febbrile, ansiosa, come i personaggi di un film muto.

Sentii note di pianoforte in quella antica villa; e compresi che quelle stesse note si erano diffuse per decenni, in ogni angolo di quella residenza storica. Ascoltai dita muoversi sicure sulla tastiera di un Pleyel o di Erard, a sfiorare, lievi, note nere e bianche durante i notturni di Chopin. E ascoltai le stesse dita riempire di tragicità gli ambienti, risuonando decise, cariche di pathos fino a farsi udire dagli alberi del parco, dal mondo intero, mentre chiudevano la Ballata Numero uno del compositore polacco.

In quel momento, lo confesso, dimenticai per un attimo Klipsch, Tannoy, Mcintosh, ed ogni altro produttore di alta fedeltà che, innegabilmente, da anni accompagnavano ogni momento della mia esistenza.

Rapito, venni trascinato in un vortice di sensazioni, come se quella stessa villa mi suggerisse di intonarmi a lei, di credere in lei, di non snaturare le proprie caratteristiche. La mia immaginazione rivisse l’emozione dell’arrivo del nuovo pianoforte, frutto del lavoro raffinato dei veri artigiani ed artisti dell’epoca. Erard, Pleyel, Bechstein? O forse, quel giorno di 130 anni fa, fu uno Steinway & Sons ad allietare le giornate di una contessina particolarmente dotata? E quali compositori erano stati i preferiti, quelli più apprezzati nei pomeriggi primaverili che trascorrevano lenti, fra lo sbocciare dei fiori nel parco e il garrulo vivace delle rondini? Sergej Rachmaninov forse? O, perché no, Franz Schubert con i suoi lieder?

Dovevo riprodurre quel suono! Fedelmente, avrei dovuto ridare nuova vita, nuova linfa a quei frammenti di romanticismo ancora aggrappati, tenacemente, ai muri, alle stufe in maiolica, all’anima stessa di quella villa incantevole. Lo senti anche tu che leggi? Lo riconosci? E’ il Traumerei di Schumann (Kinderszenen no. 7 Op. 15) che, con l’intimo del suo delicato lirismo, calma la sete di serenità che, ogni tanto, stringe tutti gli uomini.

Avevo necessità di indirizzarmi verso prodotti di classe, che potessero darmi una fedeltà assoluta nella riproduzione, capaci di restituire i “pianissimi” più dolci senza che venissero penalizzati nella loro complessa profondità; e, allo stesso tempo, dovevo essere certo che le dimensioni generose dell’ambiente permettessero di fruire interamente dei poderosi pieni orchestrali, anche quelli più difficili da riprodurre.

In definitiva guardai ad una sorgente di valore indiscusso per la quale sto ancora attendendo (vi informerò quando il fenomeno accadrà) che giunga il momento in cui smetterà di stupirmi per le sue prestazioni elevatissime: Opera Audio Consonance CDP5.0VD. Ascoltandolo ci si rende perfettamente conto del motivo per cui sia stata eletta migliore sorgente dell’anno da numerosissime riviste del settore e del perché tanta qualità, ad un prezzo importante certo, ma ben distante da quelli proposti da altre sorgenti di pari qualità, riesca a lasciare interdetti anche gli addetti ai lavori.

Per l’accoppiata Pre e finale mi sono orientato verso prodotti che, come prima prerogativa, avessero la musicalità. Al di la di qualunque dato di targa (comunque eccellente, non è il caso di ribadirlo), ciò che cercavo era la musicalità, quella vera, immediatamente percepibile all’udito. Qualcosa che mi garantisse un ampio respiro anche a livello di ricostruzione scenica, consentendomi di rendere “vivibile” l’ambiente da sonorizzare, trasformandolo in un grande palco che, in sinergia con ottime registrazioni, si riempisse fisicamente della presenza degli strumentisti, dando un senso di realtà alla loro collocazione nello spazio.

Inoltre, aspetto che non è mai trascurabile, considerando che un impianto di questo tipo verrà destinato ad accompagnare le ore liete di qualcuno per anni ed anni, dovevo tener conto anche dell’appagamento estetico, soprattutto valutando la bellezza mozzafiato della sorgente CDP5. La scelta è caduta nuovamente su Opera Audio Consonance e, in particolare, sul preamplificatore valvolare ad alimentazione separata Cyber 222 Mk2 e sui bellissimi finali monofonici valvolari Opera Audio Consonance Cyber 800.

Il tutto è stato abbinato ad una coppia di diffusori ad alta efficienza, di casa Klipsch; chi mi conosce sa che adoro questo marchio e nutro un amore smisurato per dei modelli in particolare. In questo caso non potevo esimermi da rendere finalmente “vivo” tutto l’impianto scegliendo una coppia di Klispch Palladium P-38 F. Questi diffusori, oltre ad entrare di diritto nell’olimpo dei prodotti Klipsch in fatto di prestazioni e design, hanno caratteristiche sonore che li rendono differenti rispetto alla classica serie Heritage. In definitiva si tratta di un variazione (attenzione, non ho detto un miglioramento perché davvero stiamo parlando di una variazione, di un modo differente di ascoltare musica) rispetto al tipico e, almeno per il sottoscritto, ineguagliabile sound Klipsch.

Il risultato ottenuto non si è discostato dalle aspettative, nate dalla volontà di perseguire un’assoluta qualità, senza compromessi, che andasse ad incontrarsi, relazionarsi e a sovrapporsi con il fascino intrinseco della favolosa villa e della sua storia ammaliante.

Ho trascorso del tempo ad ascoltare musica, perso nei miei pensieri, dimenticando i prodotti installati e smarrendomi in un groviglio di emozioni indescrivibili. Ho ascoltato suoni attuali e di epoche diverse rincorrersi gioiosi sulle ali dei ricordi.

Poi ho sentito un sussurro che mi ha fatto trasalire. Un sussurro lieve seppur presente; delicato ed armonioso, carico dell’esperienza acquisita in secoli di storia.
Era il respiro della villa, finalmente, che, all’unisono, si muoveva al ritmo della musica.

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